FONTECHIARI TERRA DI SAN BENEDETTO

La cella monastica e l’antica “curtis”

Nel 568 d.C. i Longobardi misero a ferro e fuoco la Valle di Comino, distrussero Atina, Montecassino e costrinsero le popolazioni a disperdersi sui monti. Poi si insediarono nelle antiche piazzeforti, promossero la ricostruzione del tessuto sociale, stabilirono rapporti di convivenza con le popolazioni latine e con esse progressivamente si integrarono fino ad una totale fusione (Regni Romano Barbarici).

Nell’VIII secolo si convertirono al cattolicesimo grazie al papa Gregorio Magno. Nel 744, Gisulfo II, duca longobardo di Benevento, donò al Monastero di Montecassino, il Basso Lazio, come risarcimento della distruzione subita, sottraendolo a signorotti locali in lotta tra di loro.

Seguirono due secoli di attività benedettina nei nostri territori che vennero resi salubri, fertili e abitati.

Ogni qual volta il monastero individuava un sito adatto ad essere coltivato, inviava sul luogo tre monaci: l’abate o cellario, il sacrista e l’elemosiniere che costruivano una casa, una chiesa, una stalla e un abbeveratoio.

Questo primo insediamento costituiva la “cella” monastica.

Dopo dieci anni di osservazione dei fenomeni naturali, stagioni, alluvioni, frane, terremoti, andamento delle sorgenti che annotavano rigorosamente, cominciavano a richiamare coloni per costituire una piccola comunità rurale. Venivano edificate abitazioni, stalle, laboratori, mulini, bonificati nuovi terreni e messi a coltura terreni abbandonati.

Questa era la “curtis”. Attorno ad essa erano le terre coltivate direttamente dai monaci e dai loro dipendenti, più perifericamente le terre dei coloni. Man mano che la popolazione cresceva, la ”curtis” si dava una organizzazione di tipo comunale ma sempre sotto l’autorità dell’ abate di Montecassino e prendeva nome di “Universitas”.

Le “curtes” erano dotate di una chiesa, di una area cimiteriale, di un luogo di ricovero per ospitare

pellegrini, malati e mendicanti “hospitium”, affidato a un monaco esperto detto “infirmarius”, una specie di medico condotto. Non erano solo ristoro dell’anima ma anche rifugio del corpo, lazzaretto, ospizio. Sul sagrato della chiesa si tenevano le assemblee, si regolavano i rapporti di buon vicinato e le controversie. In un contesto di un totale regresso economico, sociale e culturale l’abate era l’unica persona che sapeva leggere e scrivere e l’unica figura che potesse garantire un minimo di giustizia.

Alcune di esse si dotarono di una cinta muraria trasformandosi in vere e proprie borgate rurali fortificate o “castella”, da non confondere con i “castra”, ovvero città fortificate per scopi militari, allo sbocco delle valli e per il controllo dei passi.

A Fontechiari l’antica cella monastica benedettina è nel cuore del centro storico dove sono visibili i resti della chiesa medievale dedicata a San Giovanni Battista, una serie di orti pensili e una cisterna che alimenta un piccolo abbeveratoio. Tale cisterna fu poi inglobata in un torrione circolare il cui tetto raccoglieva acqua piovana per una riserva utile in caso di necessità.

Con il crescere della comunità furono costruite mura e torri “castellum”, ancora visibili e ben conservate che racchiusero l’attuale piazza Panetta, via Sant’Antonio e via Torre fino a raggiungere l’attuale chiesa parrocchiale dove esisteva l’area cimiteriale.

L’”hospitium” fu collocato all’ingresso del paese nella costruzione che anche oggi viene denominata ospedale e chiude sul lato destro l’ingresso di Piazza Marconi.

Il fatto che in molti documenti risalenti a tutto il periodo medievale Fontechiari compare come “Universitas Sclavi” sta ad indicare che la borgata rurale dovette avere una buona crescita in termini di popolazione e di organizzazione della vita civile.

I benedettini riempirono le campagne di villaggi e chiese in un periodo di pace e prosperità. All’ombra dei monasteri, popolazioni ancora rozze e primitive, abbrutite da decenni di isolamento, potevano riprendere la coltivazione dei campi, operare bonifiche di terreni, imparare un mestiere, partecipare alla costruzione di edifici, chiese e provavano i benefici di un dominio paterno ed uguale per tutti, ispirato ai valori cristiani della regola di San Benedetto fino alla distruzione operata dai saraceni nell’883.

Nel 944 Leone Ostiense nella sua “Cronica abbatiae cassinensis” (liber I, 56 VII, P.619) del 944, così riferisce di una donazione, effettuata nel 937, da un nobile di Vicalvi al Monastero di Montecassino: “eodem tempore Agelmundus, quidam nobilis de Vicalbo, obtulit huic monasterio curtem suam quae dicitur de Pranduli, cum omnis pertinentiis eius; aliamque curtem in Patinara cum vineis et pratis, omnibusque pertinentiis suis: omnia quae illi iure haeredtario pertinebat, tam in civitate sorana quam et in castello quo dicitur Sclavi. Nec et non”………

Da questa donazione possiamo dedurre che a seguito delle distruzione operate dai Saraceni nell’883 e della fuga dei benedettini a Capua i signorotti longobardi si fossero appropriati di Schiavi sottrendolo all’autorità dell’Abate ma nel 937 Agelmundo lo restituì ai legittmi proprietari

 Secondo il motto “ora et labora” i benedettini, promossero la partecipazione al lavoro collettivo, alla preghiera liturgica nei vari dialetti (lingue neolatine) e l’estirpazione dei culti idolatrici e l’opera dei monaci amanuensi fu determinante per la conservazione dei classici latini che ispirarono le correnti letterarie dell’umanesimo-rinascimento.

Costruirono chiese, esempi unici di arte Alto Medievale, ornandole di affreschi, sculture e diffondendo, con immagini raffinate, la conoscenza delle sacre scritture presso gente totalmente analfabeta.

Carlo Magno fece in modo che il modello di sviluppo dei benedettini fosse esportato e si diffondesse in tutta Europa. Attorno ai monasteri anche nelle terre più sperdute fiorirono città e villaggi. E’ questo un vanto della nostra terra: la nuova Europa uscita dalle macerie delle invasioni barbariche ha una radice ciociara.

E’ probabile che in questo periodo, nel luogo dove ora è Fontechiari, i benedettini raccogliessero intorno ad una preesistente cella monastica, popolazioni slave provenienti da oriente sotto l’incalzare dell’Islam, ”Sclavi”, secondo la dizione latina con cui venivano indicate queste popolazioni e di lì l’antico nome del nostro paese.

A cura del Dott. Domenico Marsella

Chiudi il menu
Close Panel